Scafista. Causò la morte di 10 persone. Per sfuggire alla galera sposò l’italiana. Ma oggi finalmente la condanna.

Lo scafista tunisino che era alla guida del barcone che nella primavera del 2015 affondò nel Canale di Sicilia, dove morirono annegate 10 persone, fra cui un bimbo di soli 2 anni, finalmente non può farla più franca.

Il barcone aveva cominciato ad imbarcare acqua subito dopo essersi allontanato dalla Libia, ma nonostante questo il tunisino decise comunque di proseguire. Alcuni testimoni, inoltre, affermano che l’uomo fosse addirittura ubriaco mentre si trovava al timone.

Trattenuto in carcere soltanto per un anno, lo scafista tornò a piede libero in attesa che venisse svolto il processo nei suoi confronti. Erano infatti venuti a scadere i termini entro i quali era possibile mantenere la misura di custodia cautelare.

Uscito dunque dalla cella dove era stato rinchiuso, il 42enne non perse tempo, tornando a collezionare crimini. Nei suoi confronti è stata spiccata una denuncia per ricettazione nel 2016 e per droga due anni dopo. Non solo.

Lo scorso mese di luglio, ancora una volta ubriaco, lo straniero tentò di superare a tutta velocità un posto di blocco, rendendosi responsabile di un incidente. A causa di ciò fu nuovamente arrestato e condotto dietro le sbarre, come disposto dal giudice del tribunale di Terni. Alla fine della pena lo attendeva l’espulsione, ma all’ultimo momento il tunisino trovò il modo di evitare il rimpatrio.

Accompagnato al Centro di permanenza e rimpatrio di Bari, fece infatti immediatamente richiesta di protezione internazionale, riuscendo così a fare ritorno a Terni. Qui lo straniero ha poi provveduto ad unirsi in matrimonio con una donna italiana: le nozze sono state celebrate il mese scorso.

Ma oggi, finalmente, arriva l’arresto definitivo. Per lui lo attendono 11 anni e 8 mesi dietro le sbarre, con l’accusa di essere il responsabile del naufragio. Oltre alla pena detentiva, l’uomo dovrà pagare un risarcimento pari a 4 milioni e 400mila euro.

Ora è rinchiuso nella casa circondariale di Terni. Ed è finalmente giustizia.

Fonte: Il Giornale

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