Adesso arriva anche la decisione della Corte Costituzionale sul Jobs Act. Renzi demolito così!

Il PD vantava tanto di aver creato il JOBS ACT.
Renzi voleva fare il rottamatore.
Ma ecco che fine ha fatto.
Rottamato egli stesso dagli elettori ma anche adesso dalla Corte Costituzionale.

La Corte costituzionale, infatti, ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte – non modificata dal successivo Decreto legge n.87/2018, cosiddetto “Decreto dignità” – che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.

Si presenta, infatti, così il comunicato che demolisce l’ultimo simulacro di renzismo rimasto nel Paese, quel Jobs Act che tanto faceva esultare Matteo Renzi: “Abbiamo creato un milione di posti di lavoro.”

Su il Populista leggiamo che:

La battaglia sull’eliminazione dell’Articolo 18, che ha tenuto banco nel 2015, è servita soltanto a distrarre il Paese dai temi reali concernenti l’occupazione, ovvero come creare impieghi di qualità, ben retribuiti e lungimiranti. L’impostazione del PD era erede della precedente Riforma Fornero, che già aveva posto un freno agli indennizzi dei lavoratori ingiustamente licenziati.

Non è un ritorno automatico alla reintegra, anche se il Ministro del Lavoro Di Maio ha promesso, ad anno venturo, un nuovo codice del lavoro. Tuttavia i criteri automatici per cui il Jobs Act prevedeva l’indennizzo in caso di accertata violazione della sussistenza di giusta causa o giustificato motivo, dalle 4 alle 24 mensilità in base all’anzianità di servizio (tutele crescenti), sono stati smontati. (Successivamente questo Esecutivo ha innalzato a 6-36 mensilità, senza però intaccare il meccanismo).

Secondo i giudici, questa visione “è contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione.” Questo significa che saranno i Tribunali a dovere stabilire nuovamente quanto spetti al lavoratore danneggiato dalla condotta del proprio datore, in base anche alla situazione famigliare, come moglie e figli a carico. Si può quindi presupporre, nelle motivazioni che verranno, una attenzione più robusta all’accertamento del danno patrimoniale, e non una semplice “buona uscita” di lieti auspici per il futuro.

Un chiaro richiamo al valore sociale e non solo economico, del posto fisso. Tutto ciò va visto in un’ottica più macroscopica, perché il Jobs Act – secondo le promesse infrante – avrebbe dovuto prevedere politiche attive di re-inserimento e decontribuzioni durevoli. Invece, son finiti gli incentivi, i Centri per l’impiego non hanno cavato un ragno dal buco, e gli impiegati si sono trovati con le armi spuntate davanti alla facilità liquidatoria. Per altro in un momento di recessione dire che la voce “costo del personale” sia sforbiciabile, è una chiara e devastante spinta alla stagnazione economica pro-ciclica.

Consumi a picco, domanda interna a farsi benedire, mutui ed investimenti azzerati, nascite pari allo zero. Ah già, ma tanto c’erano gli immigrati, no?

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